Aspetta. Prima di rispondere, lasciami fare la domanda nel modo giusto.
L’European Accessibility Act – la grande legge europea sull’accessibilità digitale entrata in vigore il 28 giugno 2025 – è già superata dall’intelligenza artificiale?
Lo so. È una domanda che fa storcere il naso ai giuristi, ai consulenti di compliance e a chi ha appena speso migliaia di euro per adeguare il proprio sito. Ma è la domanda giusta. E se non te la fai tu, te la farà il mercato.
Di cosa parla l’EAA (in 60 secondi)
La Direttiva UE 2019/882, recepita in Italia con il Decreto Legislativo n. 82/2022, obbliga le imprese private — e-commerce, banche, trasporti, telecomunicazioni, media digitali — a rendere i propri prodotti e servizi accessibili alle persone con disabilità. Lo standard di riferimento è il WCAG 2.1 (Web Content Accessibility Guidelines) livello AA. In pratica: testo alternativo sulle immagini, struttura semantica corretta dell’HTML, contrasto adeguato tra testo e sfondo, navigazione via tastiera funzionante, compatibilità con gli screen reader.accessiway+3
Multa in caso di violazione? Potenzialmente salata. La norma è seria. È legge.
Ma qui nasce il paradosso.
Il paradosso: gli screen reader servono ancora?
Pensa a cosa fa oggi un modello di AI multimodale. GPT-4o guarda uno screenshot di un sito web — anche senza un singolo tag alt, senza struttura semantica, con HTML scritto da uno sviluppatore alle 3 di notte — e ti dice esattamente cosa c’è scritto, cosa mostrano le immagini, qual è la gerarchia visiva dei contenuti.
TalkBack su Android usa Gemini per descrivere le immagini, rispondere a domande sui contenuti visivi dello schermo, riconoscere brand, colori, dettagli di prodotto — in tempo reale.
VoiceOver su iOS integra già funzionalità di descrizione visiva basate su AI che vanno ben oltre i tag alt statici.
Quindi mi chiedo: se un non vedente ha in tasca un telefono con un modello AI che interpreta qualsiasi pagina web – anche quella mal strutturata, anche quella senza metadati – a cosa serve obbligare le aziende a seguire standard tecnici così specifici?
Il caso concreto: overlay AI vs. struttura semantica
Negli ultimi anni sono esplosi i cosiddetti accessibility overlay: widget che si applicano sopra un sito web e “correggono” al volo contrasto, dimensioni del testo, navigazione da tastiera, etichette dei pulsanti. Alcuni dichiarano apertamente di usare l’AI per rilevare e correggere problemi di accessibilità in automatico
Risultato? Un disastro.
AGID – l’Agenzia per l’Italia Digitale – e la stessa Commissione Europea hanno chiarito che questi overlay non garantiscono conformità legale. Peggio ancora: molti overlay interferiscono con gli screen reader reali, rendendo la navigazione più difficile per chi usa tecnologie assistive tradizionali. Utenti ciechi che si ritrovano con un sito più inaccessibile dopo l’installazione di uno strumento “AI per l’accessibilità”.bluefactor+2
Questo è il punto critico della mia tesi. Perché dimostra che l’AI applicata superficialmente non risolve il problema – lo maschera.
Dove l’AI ha ancora i suoi limiti
Uno studio di ETH Zurich ha valutato modelli VLM (Vision-Language Models) tra cui GPT-4o mini, Gemini 2.5 e Llama 4 nella generazione di testi alternativi conformi WCAG per immagini storiche complesse. Risultato: utili, ma non perfetti. La qualità varia enormemente in base al contesto, e la conformità agli standard WCAG richiede precisione che i modelli da soli non garantiscono sempre.
GPT-4o, di default, genera codice HTML non conforme agli standard di accessibilità. Solo se esplicitamente istruito a correggere i problemi di WCAG riesce ad avvicinarsi alla compliance – e spesso richiede più iterazioni.
Un tool automatizzato di AI raggiunge circa l’87% di accuratezza nel rilevare violazioni WCAG. L’87% sembra tanto. Ma quel 13% mancante — su un sito con migliaia di pagine – rappresenta centinaia di barriere reali per persone reali.
Allora l’EAA è davvero inutile?
No. E qui arriva la risposta che probabilmente non ti aspetti.
L’EAA non è inutile. Ma rischia di diventare la norma sbagliata per le ragioni giuste.
L’EAA nasce per garantire che le tecnologie assistive tradizionali — screen reader, dispositivi braille, switch access — possano funzionare correttamente su qualsiasi sito. È costruita attorno a un’architettura tecnica specifica: HTML semantico, ARIA labels, struttura logica dei contenuti.htt+1
Questa architettura ha senso oggi, perché la maggioranza delle persone con disabilità usa ancora tecnologie che dipendono da quella struttura. Non tutti hanno accesso a iPhone con Gemini integrato. Non tutti usano GPT-4o come screen reader personale. Il digital divide è reale.
Ma il trend è chiarissimo: tra 2-3 anni, un AI agent embedded nel sistema operativo interpreterà qualsiasi contenuto digitale, indipendentemente dalla sua struttura tecnica. E a quel punto, tutta la complessità tecnica degli WCAG diventerà davvero un legacy normativo.
La vera domanda per il futuro
Il problema non è se l’EAA è superata oggi. Il problema è che nessuno sta riscrivendo le norme per il mondo di domani.
L’EAA è pensata per garantire compatibilità con tecnologie assistive del 2019. Nel frattempo il mondo è andato avanti. L’Unione Europea aggiorna le direttive sull’accessibilità ogni decennio. L’AI aggiorna i suoi modelli ogni sei mesi.
Questo mismatch temporale è il vero nodo.
Finché le normative non evolvono, seguire gli standard WCAG rimane obbligatorio per legge e doveroso eticamente – perché non tutti hanno accesso all’AI più avanzata. Ma le aziende intelligenti dovrebbero già oggi chiedersi non solo “siamo conformi all’EAA?” ma anche “la nostra esperienza digitale funziona con qualunque modalità di accesso, umana o artificiale?”
Perché quello sarà il vero standard. E arriverà prima di quanto pensi. Forse anche questo articolo domani sarà già superato.